LA NATURA E’ COLORE


La natura è colore, è esuberanza.e’ tante altre cose. La natura, infatti, illumina i grigiori dell’inverno, non lo lascia desolato, ne estrae le risorse che occhio umano non percepisce ma la vedrà fruttare dall’avvio della primavera;: è allora può bearsene fino al successivo cadere delle foglie.

Anche il mazzolino di viole sulla cattedra della signora maestra, nei tempi in cui quel podio era sorretto dall’alta, solida predella di legno e il “tu” fra gli insegnanti e scolari era bestemmia, anch’esso è natura, colore, poesia, al pari della vite cosparsa di verderame che in qualche parte di questa splendida Italia chiamano acqua ramata. Ma vuoi mettere la forza del monovocabolo? Nel pronunciarlo, verderame, già senti che sta sconfiggendo peronospora e oidio, che è li per debellare le muffe e insidie capaci di aggredire ciò che è bello, ciò che vive. E in fatto di vita sono convinto che un fiore, per esempio il girasole, e un gatto, per esempio il soriano ma di qualunque, anche diversa genealogia, sono identici a noi: soffrono reclinandosi, godono rizzandosi aitanti, parlano il linguaggio dei suoni, dei versi, dei colori che un animo sensibile può tradurre in un discorrere. E sanno proteggersi quando la natura s’adira, anzi, essa semplicemente s’arrabbia se gli umani la maltrattano senza motivo. Seppure motivaci fosse, basterebbe così poco a indulgere, a rifarsi con un raccolto più abbondante l’anno dopo.

Qualcuno si domanderà a questo punto dove io intenda andare a parare, di chi e di che cosa io stia scrivendo. Ma come, non vi è balzato innanzi tutto il ritratto d’un grande del pennello che s’intinge nei colori giusti ed è subito full immersion con la natura? Si, proprio Gianni Mana, che il termine anglosassone non lo avrebbe di sicuro adoperato, che ha lo stupore dentro ed è capace di rigenerare quasi gli aspetti estetici di quel che ci è attorno, di evidenziare l’essenza quale ci arriva come dono lassù.

Ogni artista lo conosci se ci parli, se confronti la tua personalità con la sua. E il vero artista non indugia mica in girotondi verbali. Persino un suo sguardo, se hai occhio, in lui sviluppa lungo discorso. E in discorre con te ma con il volto alla propria creatura, al proprio olio, alla tela che si è così bene riempita. Egli l’accarezza al modo che si innamorò del modello ispiratore del suo estro. Non ti dirà mai che è innamorato anche di ciò che ha fatto, di come è venuto: ma ne è trepidamente entusiasta, simile all’antico ragazzo che si prese una cappellina per una Vanna splendente. Così bella che gli angeli si ingelosirono, me la sottrassero, però mi consentono di seguitare a vederla e a parlare con la voce della poesia che è in noi.

Ed eccolo, Gianni Mana, che non s’insuperbisce dei consensi, del successo riscosso da lunga data. Eccolo cavalcare la bicicletta e assaporare in virtù dei pedali il gusto delle vittorie, dei risultati che si perfezionano se si ah talento e volontà. Ma si rende conto che non è il suo mestiere. Parlano di lui, scrivono di lui i giornali sportivi ed egli s’impegna nelle corse classiche in Italia e all’estero. Ha vent’anni ed è professionista, gomito a gomito con i campioni dell’epoca, attorno alla metà degli anni cinquanta. Continua a correre e sempre meno ne è attratto perché in lui è nata la nuova passione, il nuovo amore forse covante fin dall’adolescenza: la pittura.

La prima personale a Fossano, le prime medaglie: sono cambiate le pagine dei quotidiani che si occupano di lui. Non più Tuttosport, ma la Gazzetta del Popolo, che fu un grande giornale immolatosi alla ragione del più forte. E, a mano a mano, i perfezionamenti stilistici, il favore crescente degli estintori, di quanti s’approcciano a conoscerlo.

In realtà, ho detto perfezionamenti che in Mana non sussistono nemmeno, infatti egli fu sempre, e lo è, ciò che desiderava essere. Scommetto che ogni volta in cui s’accinge a un’opera, in essa egli s’immedesima e si cala. Sta “dentro” la natura. Se a questa realtà fatta di vegetale, animali e persone si volesse dare un volto, se s’intendesse sintetizzarla in alcunché, bisognerebbe prendere a prestito la “Facies” di Mana fatta di aspetto fisico, di sentimenti, di umiltà secondo il costume di chi vale: cioè nel senso variamente richiamato da Cicerone e da Virgilio.

La natura in ogni stagione. La sua solitudine, sua di lei. I ruderi che non lo sono pur sembrandolo perché in essi scorrono anni, secoli di civiltà rurale, montanara. I campi di grano, le distese di viti, i ruscelli, le vette dei monti, i paesaggi che ti strappano il cuore tanto sono belli e li vorresti solo per te. Le feste di paese appena animate da figure composte, educate com’è il mondo di Mana, come è la campagna, come la Langa che qui, in lui profuma ed espande aromi a ogni colpo di pennello. L’uomo con il Tabui (cane da pagliaio) chini entrambi, complici a cavare il tartufo che è lì, lo si sente. Nevi che abbacinano sotto il sole. Aurore e tramonti.

Fatiche sì, certamente tante. Non sofferenze. Le sofferenze mai. Nella pittura di Gianni Mana la natura canta anche quando il gelo o il solleone del tempo di mietitura indurrebbero a riguardarsi dagli eccessi. Così vedendola, perché così è, l’artista ci regala un mondo come lo vorremmo: ed è ben buffo che un mondo così esista, tuttavia manchi il coraggio di coglierlo, di viverlo. Si rimanda sempre. Domani…domani. Sono ottimistiche queste dilazioni, lo è il protrarre il sogno, soprattutto l’impadronirsene. Ma non aspettiamo troppo, per favore. Il tempo sottratto al vivere che vorremmo è una privazione a cui ci autocondanniamo stoltamente. Gianni Mana ce lo fa capire. Umilmente, ancora e sempre perché l’indole non la si cambia, né muta a nostro volere ciò che abbiamo dentro. I suoi colori sono il fuoco della convivialità che apprezziamo, delle amicizie che coltiviamo. Il fuoco della serenità che non abbiamo. Non sembri perbole, ma da langhetto, ecco: contemplandone il linguaggio pittorico, viene abilmente evitato il sermone, è il buonsenso a prendere la parola, sono le radici a confermarci un’identità così cara.


Franco Piccinelli