<< (…) Figlia forse inconsapevole ed ingenua di una cultura che si può definire neoilluministica, anche la pittura di Gianni Mana, che sembra conoscere come unica possibilità di spazio quella del paesaggio, muove costantemente alla ricerca delle realtà naturali; ma più che ad una scoperta nella sua ricerca Mana tende ad una verifica: alla verifica delle proprie emozioni. E la veduta che voleva essere documentaria diventa veduta “poetica”, e le emozioni si compongono in ritmo, riconducendosi a poche reazioni affettive: a quella che si produce a contatto con un ambiente ora sofferto come campo della fatica umana, da cui i viola che marcano taluni vigneti delle Langhe, ora vissuto come solitudine dell’anima, da cui i viola insistenti dei boschi e dei campanili che si ergono verso un cielo senza speranza (…) La sua pittura poggia, a ben considerarla, su una contraddizione essenziale; nata da un bisogno di scoprire l’ambiente naturale come ambiente della vita, essa fissa l'ambiente in un rapporto di solitudine che della vita è quasi solamente memoria. Ma la memoria è carica di tanta nostalgia, e la pennellata corre sicura, incurante del particolare, perché sorretta da una forte commozione (…) >>.

Professore (Giorgio Barbero)